Firenze 25/11/2007

 

La Mia Prima Maratona

Laura Failli

 

Cos’è un Amico?

Forse una persona che ti è costantemente vicina, nel bene e nel male, per condividere i momenti di felicità al pari di quelli di tristezza, depressione, sconforto, buio, vuoto. Per aiutarti con un consiglio, un appoggio, una presenza.

Magari, Laura, per uscire da questo momento cupo – che ne dici – forse potresti impegnarti in qualche attività, che so, provare a correre una Maratona.

Ma, caro Amico, tu sei pazzo. Io, una Maratona? Ma io corro da neanche un anno. Faccio fatica a portare a termine le mezze. Sono lenta, pesante: non ce la farò mai.

L’Amico ti guarda con un po’ di compassione, ma non demorde.

Laura, sai sono stato alla posta, ho pagato il bollettino e inviato il fax: ti ho iscritta alla Maratona di Firenze!

Ma dai, caro Amico, tu sei pazzo, sono soldi buttati, io 42 km non li ho mai corsi, e nemmeno 32, scoppierò, mi ritirerò, sarà l’ennesimo fallimento.

Guarda che ora sei iscritta, devi metterci la testa, comincia a fare qualche lungo, stai alcune ore sulle gambe, vedrai che ce la puoi fare.

D’accordo. Va bene. Ci provo. Non ce la farò mai, ma ci provo.

Passano i giorni, tra allenamenti insufficienti e tanta stanchezza per il lavoro e gli impegni quotidiani, ed  arriva la notte prima della maratona, tormentata, irrequieta, quasi insonne. Parto presto, sola, con il treno, non ho voglia di andare in auto. Il viaggio termina in un baleno, e sono già le otto del mattino, salgo sulla navetta, tutti pigiati sudati e avvolti in condom gialli fatti a mantellina, e i ragazzi (giovani e meno) che cantano a squarciagola la loro voglia di correre.

Quelli prima della partenza sono i minuti più lunghi, schiacciata in fondo al gruppone “dalle 4.30 alle 6 ore”, titubante, incerta, la voglia di arrivare alla fine in qualunque modo, con qualsiasi tempo, e la paura di non farcela. Tutto intorno è colore: i podisti, i loro abbigliamenti sgargianti, il panorama sorridente da Piazzale Michelangelo sulla città, lustra della pioggia notturna, i campioni, lassù in cima, irraggiungibili, invisibili. Sono talmente lontana che quasi non sento lo sparo: lassù i top runners sono partiti, ma ci vogliono minuti e minuti prima che anche noi del gruppone si passi sotto il gonfiabile dello start.

E poi, si va.

Ad ogni passo, curva, crocevia, sento la voce dell’Amico, i suoi consigli: bevi ad ogni ristoro; cammina; riposati. Sui Lungarni ti sentirai libera di respirare, udrai il pubblico che ti incita, la vista spazierà su tutto lo skyline della città. Poi passerai dal centro, la folla, le bellezze architettoniche, l’atmosfera. Poi comincerai ad allontanarti, verso le Cascine, oltre il 30esimo chilometro…lì il gruppo si fa rado, potrai sentirti isolata, ti inoltrerai sempre più nel parco, fino al monumento dell’Indiano… è lì che non devi mollare. Ma io ci sono, sono al 35esimo, mi sento bene, là ci sono i palloncini rossi delle 4h45, magari accelero un po’ e li sorpasso.

Sono in piazza Duomo, adesso. La gente applaude per darmi coraggio, e io applaudo loro, per il bene che  mi fanno. Ci sorridiamo. Tutti i poveracci come me, dal tempo oltre le 4 ore e mezzo, sono stanchi, le spalle curve, le gambe pesanti, ma a me sembra di volare. Sono agli ultimi 195 metri, d’un tratto sulla destra si staglia imponente e luminosa la facciata della chiesa di Santa Croce, le mando un bacio, è da sempre il mio luogo preferito a Firenze. Nonostante l’ora, c’è ancora tanta gente sulle tribune, e io corro leggera, sorrido, sono arrivata, ho portato a termine la mia prima Maratona, 4h40’, per me un tempo impensabile, meraviglioso.

C’è una ragazza oltre il gonfiabile e mi sta porgendo una medaglia. La stringo tra le mani e non riesco più a trattenere le lacrime:  al di là del traguardo, emozionati e felici, vedo gli occhi del mio Amico.